Lo Zar Putin accoglie il Sultano Erdogan nella “sua” San Pietroburgo, nel tentativo di riavvicinare le due potenze a cavallo tra Asia ed Europa.

Soltanto nove mesi fa (era il novembre 2015) un caccia dell’aviazione turca, forse su esplicito ordine del Primo Ministro di allora Davutoglu, abbatteva un caccia russo, un Su-24 accusato di aver più volte violato lo spazio aereo della Turchia al confine meridionale con la Siria. Dopo la morte dei membri dell’equipaggio russo (e di quello di un elicottero inviato per tentare il recupero) le relazioni tra Ankara e Mosca si erano bruscamente incrinate, facendo segnare l’inaugurazione di sanzioni da parte di Putin nei confronti del paese anatolico, a molteplici sgarbi diplomatici e a mutui scambi di accuse, sulla dinamica dell’episodio e non solo.

Il Cremlino e gli alti gradi dell’esercito della Federazione, in una vera e propria campagna per screditare il nuovo nemico, sono arrivati negli scorsi mesi a rendere pubbliche immagini satellitari comprovanti l’esistenza di un traffico clandestino coinvolgente Ankara nel ruolo di fornitrice di armi e appoggio logistico allo Stato Islamico in Siria in cambio della fornitura di petrolio estratto nei territori occupati dal Califfato. Gli eventi del luglio scorso, quelli del golpe militare fallito nella notte tra il 15 e il 16, che hanno visto coinvolti settori delle forze armate (uno dei sei F-16 impiegati dai golpisti per bombardare obiettivi dei lealisti nella notte del colpo di stato era lo stesso responsabile dell’incidente del novembre 2015) nel tentativo di rovesciare il regime sempre meno democratico ora al potere, hanno costituito una svolta nei rapporti bilaterali tra i paesi di Erdogna e Putin.

San Pietroburgo, teatro dell’incontro tra Putin ed Erdogan. Photo credit: loriszecchinato via Foter.com / CC BY

La contingenza deve aver convinto Erdogan e Putin della necessità di riallacciare i rapporti: l’uno approfittando dell’isolamento senza uscita del Sultano, mai così solo (sul piano internazionale) come nelle prime ore dell’azione sovversiva e quindi bisognoso di un appoggio esterno; l’altro, per converso, prendendo atto del supporto troppo tiepido dimostrato dell’Occidente, dagli Stati Uniti e dall’Europa (accusati apertamente di aver tirato le file del tentato coup o, nel migliore dei casi, di “aver lasciato la Turchia da sola”) per cercare altrove un sostegno per le proprie rivendicazioni regionali neo-ottomane e neo-imperiali.

Così i due campioni della realpolitik eurasiatica, Putin ed Erdogan, lo Zar e il Sultano, hanno deciso di mettere da parte le ruggini del recente passato e sedersi a un tavolo per appianare le divergenze. Ovviamente in cambio di reciproche concessioni e vantaggi, nel nome della comune sorte che unisce i due paesi bicontinentali, attori geopolitici sempre determinanti nei rapporti tra Europa e Medio-Oriente, per posizione geografica, eredità storica, mentalità delle èlite decisionali. Il tutto mentre, tra accenni alla reintroduzione della pena di morte e purghe draconiane, l’Unione Europea si fa sempre più un miraggio per i Turchi.

Putin ha perciò aperto ad Erdogan le porte di San Pietroburgo, la città in cui nacque e di cui fu Vice-Sindaco quando ancora si chiamava Leningrado. Nel salotto buono della “Venezia del Nord” Putin ha sottolineato, sornione, di essere stato uno tra i primi leader a telefonare al Presidente assediato durante il golpe per esprimere vicinanza all’amico (lo fece anche l’11 settembre 2001 con gli USA di George Bush), perché “Voglio ribadirlo: per principio, siamo contrari a ogni stravolgimento illegale dell’ordine costituzionale”. Partnership strategica o alleanza di facciata? Il delinearsi di un asse Teheran-Mosca-Ankara potrebbe far saltare i precari equilibri siriani, e questo preoccupa gli Stati Uniti e un Obama uscente, sotto elezioni presidenziali. Ma solo il tempo potrà dire quali saranno le vere conseguenze di questa mossa sullo scacchiere internazionale.

Nel frattempo, per cominciare, Putin ed Erdogan si sono impegnati a porre nuovamente mano al progetto “Turkish Stream”, il gasdotto che si propone di trasformare la Turchia nell’hub del gas russo nell’Europa centro-meridionale. E Erdogan benedice questo incontro ai vertici con queste parole: “La regione si aspetta molto da noi da un punto di vista politico. Credo che la nostra collaborazione porterà un grande contributo per risolvere molti problemi della regione“.

di Andrea SEVERINA

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