Il sospetto (2012), regia di Thomas Vinterberg, è un film crudo, malinconico, in cui panico collettivo e verità ambigue conducono a poco a poco verso l’isolamento quasi totale del protagonista, Lucas, interpretato da Mads Mikkelsen.

È un film autunnale, Il Sospetto. Lo è per definizione, dal momento che le vicende raccontate ripercorrono gli avvenimenti di novembre e dicembre in un piccolo paesino danese, sepolto prima dalle foglie, poi dalla neve. Ad essere narrate sono quelle settimane sempre più buie, in cui le strade si fanno progressivamente più silenziose e il chiacchiericcio quotidiano, le relazioni tra gli abitanti si spostano all’interno, nelle villette benestanti dai muri pallidi illuminate dalle luci natalizie e scaldate da camini e coperte. Lo è metaforicamente, nelle atmosfere che evoca, nel clima iniziale di armonia e calore umano che si staglia contro il paesaggio sempre più freddo, nel gelo che pian piano isola gli individui, intrappolandoli in uno stallo ormai irreversibile.
Il Sospetto è, sotto tutti i punti di vista, un’opera d’arte. Lo è nel minimo utilizzo di colonna sonora, nel contrasto magistrale tra luce e buio, negli echi leggeri del Dogme 95, nella regia di Thomas Vinterberg, nel cast capitanato dal magistrale e tormentato Mads Mikkelsen. Lo è, forse ancora di più, nel modo in cui riesce a toccare un tema estremamente sensibile con la delicatezza e al contempo la chiarezza che esso richiede.
La spina dorsale del film è rappresentata dalla vicenda del protagonista, Lucas, insegnante d’asilo che viene erroneamente accusato di aver abusato di Klara, figlia del suo migliore amico. Se inizialmente si prova a trattare la questione con la dovuta cautela, in breve tempo essa degenera e Lucas viene ostracizzato da una comunità in preda ad un’isteria di massa e ad un pregiudizio non così celato, che si nasconde dietro al proverbiale “i bambini non mentono mai”.

Photo credit: Tsar Kasim via Foter.com / CC BY-SA

“I bambini non mentono mai”

È questa la frase che rieccheggia per tutta la durata del film. Incarnata dall’apparenza dolce e quasi eterea di Klara (interpretata da una sorprendente Annika Wedderkopp), l’onestà assoluta dei bambini è il tassello che gli adulti non mettono mai in discussione e che finisce con il creare l’incomprensione alla base della trama. Nessuno vuole dubitare dell’innocenza delle parole di Klara, nemmeno il padre Theo, che più di altri sembra vivere in modo conflittuale la presunta colpevolezza del suo migliore amico. Se la menzgona della bambina è innegabile, però, è anche vero che lei stessa risulta essere, assieme a Lucas, la maggiore vittima della vicenda. Sin dall’inizio, infatti, i personaggi adulti forzano su Klara le loro verità, le loro presunzioni, finendo con l’usarla come prova delle loro conclusioni. Emblematica è, al riguardo, la scena in cui la bambina si reca a casa di Lucas. Se da un lato è propensa a comportarsi come sempre con l’uomo, dal momento che egli non ha mai davvero rappresentato una minaccia, dall’altro i verdetti dei genitori, degli amici e della comunità la portano ad essere spaventata di lui, in un circolo vizioso che rende la verità sfuggente e ambigua. È un tema delicato, non solo perchè mette in discussione l’idea dell’innocenza assoluta dei bambini, data per scontata nella nostra società, ma anche perchè ci spinge a farci una domanda scomoda: avremmo agito diversamente in una situazione del genere? Forse no. Ed è questa la grande sottigliezza del film: l’impossibilità di dare torto alla maggior parte dei personaggi, l’evidenza di come tutti pensino di agire per il meglio. Possiamo incolpare Grethe, maestra dell’asilo, che contatta le autorità nel sentire una bambina parlare dei genitali di un insegnante? Possiamo incolpare Theo, che allontana il proprio migliore amico poichè terrorizzato all’idea che questi possa aver abusato della figlia?

Isteria e pregiudizio

L’isteria della comunità è uno dei punti chiave del film. Mano a mano che la notizia delle accuse rivolte a Lucas si diffonde, un numero sempre maggiore di persone prende posizione sulla questione, in una catena di eventi che culmina con l’attacco a Lucas al supermercato, il giorno della vigilia di Natale. Il panico contagia, prima di tutti, i genitori degli altri bambini dell’asilo, che cominciano a riconoscere nei figli i più disparati sintomi di abuso, in una medicalizzazione estrema che si basa su un fatto mai realmente accaduto. La vicenda, però, arriva a riguardare tutti, o meglio, tutti cominciano a sentirsi di diritto parte di essa. L’ostracizzazione di Lucas da parte anche dei meno informati è netta, severa, ed è uno dei pochi punti della pellicola su cui sia possibile prendere posizione in modo netto. La solitudine dell’uomo cresce con il passare dei giorni, in un contrasto crudele tra le atmosfere natalizie, fatte di decorazioni, luci e canti, e il trattamento a lui riservato. Sono pochi gli amici che accettano di stargli accanto, e per quanto il loro aiuto si riveli prezioso, difficilmente esso può cancellare l’impossibilità di fare la spesa al supermercato senza essere malmenato. In sottofondo, l’impressione di un accenno ad un pregiudizio nei confronti degli educatori uomini negli asili da parte del corpo insegnante, tutto al femminile. Una questione che, in effetti, fa discutere, e pone domande sul ruolo degli stereotipi di genere nella scelta della professione.

Irreversibilità

Il perdono arriva con il Natale, e questa banalità potrebbe essere l’unico punto debole del film, se davvero la situazione si risolvesse e la pellicola si concludesse con un clima da fiabesco “e vissero tutti felici e contenti”. Fortunatamente, però, nulla si conclude, nulla si dimentica, nulla si perdona davvero, e l’unica, vera protagonista del finale è l’irreversibilità delle azioni compiute. Se un anno dopo Lucas è nuovamente a tavola con gli altri membri della comunità, pronto a festeggiare il “coming of age” da cacciatore del figlio Marcus, la vicenda è ancora fresca nelle menti di tutti. Tranne, forse, in quella di Klara, che accetta l’aiuto di Lucas nell’attraversare una sala dal pavimento quadrettato, ricoperto da quelle linee che, in un gioco infantile, lei non può calpestare. È lei l’unica a sembrare non vedere in Lucas l’ombra che la sua stessa menzogna ha proiettato su di lui, forse perchè, in virtù della sua età, è anche l’unica a non aver pienamente capito le implicazioni di ciò che è avvenuto. Per il resto, tutti ricordano e, soprattutto, impediscono a Lucas di dimenticare, come dimostra il proiettile sparato da una mano sconosciuta (forse Theo? Forse una metafora?) sul finale. La caccia non è terminata. Probabilmente non terminerà mai.

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Martina Terrazzano

Martina Terrazzano

Studentessa presso la facoltà di Lingue e letterature straniere della Statale di Milano. Attualmente in Erasmus a Uppsala (Svezia).