L’azienda americana DroneShield ha sviluppato DroneGun, un fucile in grado di fermare in pochi istanti un UAV che stia sorvolando zone in cui è vietato l’accesso

Un jammer alla portata di tutti

Gli UAV (Unmanned aerial vehicle), conosciuti dal grande pubblico come droni, sono a detta di molti la nuova frontiera dell’aeronautica. Negli ultimi anni numerose imprese si sono lanciate nello sviluppo di questi velivoli senza piloti, attratte dai numerosi campi di applicazione, civili e militari, dove questi ultimi possono imporsi sui loro concorrenti tradizionali. Molti aspetti di questo settore sono tuttavia ancora in fase di perfezionamento, a partire dalla legislazione che li regola. Questo fa sì che accanto a progetti seri portati avanti seguendo norme in continuo aggiornamento vi siano anche utenti “improvvisati” o che utilizzano gli UAV sfruttando le “zone d’ombra” che riguardano il loro utilizzo. E’ nata pertanto negli ultimi anni la necessità di salvaguardare la privacy delle persone o la riservatezza di alcune aree “sensibili” da questi fastidiosi intrusi.

Photo credit uav: ackab1 via Foter.com / CC BY-SA

La risposta dell’azienda americana DroneShield a questa necessità potrebbe a prima vista sembrare eccessiva, ma come in molti aspetti della vita è bene non fermarsi alle apparenze. DroneGun infatti, a dispetto delle sue sembianze di fucile da marines, non spara proiettili ma si limita a disattivare il drone. Il dispositivo non è altro che un jammer portatile di grande potenza (può raggiungere l’UAV bersaglio fino a 2 chilometri di distanza) in grado di disabilitare i sistemi di bordo del velivolo costringendolo ad atterrare. Disabilitando il GPS di bordo infatti l’UAV bersaglio è costretto ad atterrare o a tornare al punto dal quale è partito, se è stato programmato in tal senso. In quest ultimo caso, seguendo l’UAV nel suo viaggio di ritorno, diventa possibile individuare il pilota del velivolo, aspetto più difficile da studiare per un servizio di sorveglianza  che si limiti ad abbatterlo. Nel video sotto riportato si può vedere come DroneGun sia alla portata di tutti. Non è infatti necessaria una formazione tecnica per utilizzarlo e il peso di ben 13 chilogrammi, per parte sua, non ne ostacola l’utilizzo grazie ad una conformazione che permette una grande maneggevolezza in ogni situazione.

 

Quando l’UAV diventa ospite indesiderato

Come accennato il problema dei droni “indesiderati” cresce parallelamente allo sviluppo di questo settore. I rischi per la sicurezza e la privacy sono consistenti dato che, una volta equipaggiati con telecamere o fotocamere, questi velivoli possono arrivare a mettere a repentaglio persino la sicurezza di aeroporti o intere nazioni. Questo ha portato alla ricerca di soluzioni specifiche di vario genere. Rimanendo nel comparto degli armamenti, si è dimostrato estremamente interessante SkyWall 100, prodotto proposto alcuni mesi fa dall’azienda OpenEngineering.  Come nel caso di DroneGun si tratta di un fucile, ma il principio che segue è differente. Invece di disattivare i sistemi di bordo SkyWall 100 spara una rete che si apre in prossimità del drone catturandolo e portandolo a terra appeso a un paracadute. Al fine di facilitare il compito dell’operatore Il fucile in questione è dotato di un mirino laser, come quello di un cecchino dell’esercito. Quando il led all’interno del visore diventa verde infatti si può premere il grilletto e il proiettile riceve dal puntatore tutte le informazioni necessarie per aprirsi al momento giusto e dispiegare la rete a colpo sicuro.

Photo credit eagle: DenSmith via Foter.com / CC BY-SA

La soluzione a questo problema tuttavia non per forza deve servizi di tecnologie avanzate, talvolta metodi “antichi” possono rivelarsi altrettanto efficaci. E’ quello che deve aver pensato la polizia olandese quando qualche mese fa,  per proteggere lo spazio aereo di zone considerate a rischio intrusione, ha “assunto” un team di aquile di mare testabianca (Haliaeetus leucocephalus) addestrandole ad “abbattere” i droni sotto la supervisione di un agente. Ai dubbi sulla salvaguardia della salute degli uccelli, sollevati da diverse associazioni animaliste, le autorità hanno risposto che i test non hanno causato danni alle aquile. Come ha spiegato un portavoce della polizia infatti “Tutti i volatili sono rimasti illesi, mentre nessuno dei droni è sopravvissuto”. Le aquile pertanto assolverebbero ad un compito simile a quello che attualmente svolgono altri rapaci negli aeroporti. Dal loro punto di vista infatti i droni non sono altro che prede da catturare, assimilabili in tutto e per tutto ad uccelli in carne ed ossa. Le soluzioni al varo sono, per quanto appena visto, svariate e di diversa natura e DroneGun, nel suo modo di agire innovativo, propone una soluzione incruenta decisamente particolare. Allo stato attuale  manca ancora della certificazione dell’ FCC (Federal Communications Commission) ma, una volta che ne entri in possesso, offrirà una nuova, interessante, soluzione per gestire UAV non graditi.

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Marco Borghetto

Marco Borghetto

Classe 1991, sono laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Torino nell'indirizzo Aeromeccanica e Sistemi.