In Romania si è votato domenica 11 dicembre per il rinnovo del Parlamento Nazionale. Vittoria oltre le aspettative per il PSD, Partito Social-Democratico, che conquista il 45,31% dei voti alla Camera e il 45,43% al Senato (dati quasi definitivi)

È certa la vittoria del Partito Social-Democratico di Liviu Dragnea alle elezioni parlamentari di Romania.

Queste elezioni hanno importanti risvolti anche al di fuori dei confini rumeni. Oltre ad aver interessato la consistente comunità rumena presente in Italia, sul cui territorio erano presenti 73 seggi (di cui 2 a Torino) per i votanti all’estero, la nuova composizione parlamentare sale al potere per un mandato che comprenderà almeno due appuntamenti di grande importanza per la crescita del Paese. In primis, nel 2018 si festeggerà il centenario della Festa Nazionale del 1 dicembre, relativo alla nascita della Grande Romania alla fine della Prima Guerra Mondiale (il 1 dicembre 1918), con l’acquisizione di Bessarabia, Transilvania e Bucovina, che hanno quasi raddoppiato l’estensione territoriale. In secondo luogo nel 2019 spetterà alla Romania il primo semestre di Presidenza del Consiglio UE, generalmente considerato come un appuntamento cardine per ben figurare a livello comunitario e promuovere agevolmente le proprie istanze. Istanze che sono tutte incentrate sulla stabilità e sull’integrazione europea: a distanza di quasi 10 anni dal suo ingresso nell’Unione (2007), la Romania lotta ancora per un ingresso in Schengen e per l’entrata nell’Eurozona.

Le percentuali: il reale vincitore è l’astensionismo

Il primo dato che risalta è la conferma dell’imperversante sfiducia verso la classe politica. Alle urne si è recato meno del 40% del corpo elettorale, e in Italia la percentuale è ancora più bassa: dei 102.077 aventi diritto sono andati a votare in meno di 20.000. L’astensionismo, pur previsto, è superiore alle aspettative, sia rispetto alle presidenziali del 2014, sia in considerazione del fatto che il governo tecnico di Dacian Ciolos, al potere da circa un anno (dopo le proteste successive al disastro del Colectiv, che dal novembre 2015 ha provocato uno stravolgimento politico a livello locale e nazionale), ha finora attratto consensi e riportato fiducia nelle istituzioni in larghe fette della popolazione.

La vittoria del PSD dal canto suo indica che anche tra i votanti prevale lo scontento. Il partito di Dragnea è l’unico che si rivolga anche alle campagne e ai piccoli paesi, le realtà più colpite dalla mancanza di lavoro e di stabilità. Senza puntare deciso sulla lotta alla corruzione e sul rinnovamento della classe politica (come fa ad esempio il neonato MSR), il PSD pone al centro del proprio progetto l’aumento delle pensioni, dei salari e la riduzione delle tasse.

Il Partito Nazional-Liberale (PNL) con il 19,95% alla Camera e il 20,32% al Senato (dati quasi definitivi) è il grande sconfitto della consultazione. Maggior forza politica di destra, paga dazio al distaccamento di ex aderenti di spicco (primo tra tutti l’ex presidente Basescu, che ha fondato un partito concorrente, il PMP) e ad alcuni compromessi con il PSD che hanno allontanato gran parte della base elettorale.

Il sopracitato Movimento Salvate la Romania (USR), quasi al 9% in entrambe le Camere, entra per la prima volta in Parlamento, ma dopo il grande ribaltone alle elezioni amministrative di giugno (più del 30% a Bucarest), questo risultato ridimensiona il suo spirito anti-sistema, limitandolo alla veste di ago della bilancia in un panorama politico che non muta radicalmente la propria consistenza.

Superano la soglia di sbarramento del 5% anche l’Unione Democratica dei Magiari o UDMR (6,30% in entrambe le Camere), i Liberaldemocratici di ALDE (circa al 6% in entrambe) e il PMP di Basescu (poco al di sopra del 5%).

Quale governo?

Il PSD, pur vicino alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia in Senato, ha già espresso l’intenzione di incontrare i vertici di ALDE per discutere di una coalizione. Rimane l’incognita sul Premier: nonostante la schiacciante vittoria, l’ultima parola sulla nomina rimane al Presidente Klaus Iohannis, che secondo la Costituzione può riservarsi di scegliere anche una personalità esterna al partito di maggioranza. Quest’eventualità è attuale per due motivi. Da un lato, esiste una legge (più volte violata) che impedisce di nominare Premier una persona che abbia un processo penale pendente a proprio carico, e Iohannis, avendo recentemente dichiarato di volerla rispettare, avrebbe escluso proprio il leader del PSD Liviu Dragnea, così come l’ex premier Victor Ponta. Dall’altro, stando alla storia recente del Paese, la pole position spetterebbe al premier tecnico uscente Dacian Ciolos, sempre più in alto negli indici di gradimento. La Romania si troverebbe così ad affrontare le nuove importanti sfide in una prospettiva di continuità.

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Matteo Gervasi

Matteo Gervasi

Laureando in giurisprudenza all'Università di Torino.
Mi occupo di sport, internazionalità e cultura.
Credo molto nel dialogo e nel confronto, essenziali per raggiungere trasparenza e obiettività, nella vita quotidiana così come nel mondo dell'informazione.