Walter Benjamin

di Mattia Cravero

Di Walter Benjamin (1892-­1940) gli studiosi italiani si sono degnamente occupati, cercando di legare ed interpretare al meglio i prodotti che l’eclettico pensatore, di cui celebriamo oggi l’anniversario di nascita, ha prodotto. Il confronto con l’opera benjaminiana, infatti, richiede un lavoro macchinoso, un approccio originale ed una visione di insieme – che non sia basata sulla più che ricorrente sincronia critica – a chiunque intenda avvicinarsi ai suoi scritti, pervenutici oggi sotto forma di diversi ed importanti saggi (centrali per la critica e per il pensiero della critica del secolo scorso) e di frammenti.

In molti dei suoi scritti, infatti, il poliedrico scrittore riporta all’attenzione intuizioni puntiformi, geniali nella loro concisione, apparentemente slegate le une dalle altre, ma strettamente collegate al di sotto della superficie. Sembra quasi, molto spesso, che Benjamin punti a quello spirito trascendente di cui i Romantici di Jena (i principali promotori del Protoromanticismo, quali i fratelli Schlegel, Schleiermacher e Novalis, a cui Benjamin aveva dedicato uno studio tramite la propria tesi di laurea) sentivano l’assidua presenza: un’armonia di dissonanze che l’intuizione critica costruiva legando gli elementi della letteratura gli uni agli altri, ricomponendo così la ‘costellazione’ celata ad uno sguardo soltanto epidermico. Guardare all’opera di Benjamin in cerca di queste ‘assonanze dissonanti’, quindi, è un’operazione critica fondamentale per l’esegesi dei suoi testi.

In particolare, c’è un pensiero in Benjamin che è fondamentale per la sua concezione della vita umana: quello riguardante il rapporto tra il passato ed il futuro. In questo ragionamento, che Benjamin sviluppa in maniera fondamentale nella nona delle sue Tesi di filosofia della storia, l’intento è quello di disvelare come la peculiarità delle fasi temporali sia importante per l’uomo, il quale deve tenerle ben in conto se spera di progredire nella sua storia. In altre parole, Benjamin è convinto che al proseguire della Storia soggiaccia una ragione profonda, una sorta di meccanismo nascosto, che è per l’appunto sua intenzione individuare. Per spiegare la sua intuizione, egli ricorre ad un’opera d’arte estremamente significativa:

Angelus Novus di Klee

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Probabilmente, nella visione di Benjamin l’“angelo della storia” è proprio quella ragione secondo cui il tempo umano si articola, il filo rosso che, una volta compreso, permetterebbe di avere un’intelligibilità del pánta réi in cui il genere umano si trova storicamente immerso. Egli “ha il viso rivolto al passato”, e tramite il suo sguardo sa esprimere alla perfezione i risultati della ricerca del senso trascendente da lui operata. Più che relativi ad una ricerca, forse, questi risultati sono da far risalire alla formidabilità della sua intuizione: l’angelo di Klee, infatti, sa vedere “una sola catastrofe” nella “catena di eventi” umani, perciò possiede una capacità di osservazione quasi divina, profondamente diversa rispetto a quella dell’uomo, da cui si discosta per una diversa capacità di intelligenza.

All’improvviso, però, egli è obbligato al movimento: “una tempesta spira dal paradiso” e, senza che vi si possa opporre, lo trascina “irresistibilmente” verso il futuro, non lasciandogli nessuna opportunità di sottrarsi ad essa, all’avanzamento inesorabile ed incontrastabile che la forza comporta. Nonostante questo, però, il suo sguardo non punta nella direzione in cui è trascinato: egli guarda con attenzione, sperando di poterlo redimere per un’ultima volta, il mondo che senza rendersene conto si contorce in uno sconquasso continuo, in “una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”.
Questo sguardo fugace ma allo stesso tempo penetrante, compassionevole, sembra essere il vero punto del ragionamento benjaminiano: proprio con la sua attenzione fissa sul passato l’angelo arriva al futuro, “a cui volge le spalle” perché è appunto intento a guardarsi indietro, cercando inutilmente di salvare ancora il salvabile.
Guardando un altro appunto di Benjamin, contenuto in un’opera sicuramente frammentaria come Parco centrale, si legge:
Il concetto di progresso dev’essere fondato nell’idea di catastrofe. La catastrofe è che tutto continui come prima. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.

“Progresso” e “catastrofe”, dunque, sono centrali tanto per l’“angelo della storia” quanto per l’uomo: senza la piena coscienza della seconda è impossibile che il primo si verifichi.

Questo pensiero di Benjamin, perciò, sembra essere, a discapito della sua osticità, più che chiaro: se l’uomo ripete se stesso senza accorgersene, basando la propria esistenza su “ciò che di volta in volta è dato”, e non tiene in conto di quello che potenzialmente “di volta in volta incombe”, se insomma non è aperto al nuovo, allora si starà preparando alla catastrofe, a vivere la catastrofe che segna la stasi della sua evoluzione, l’arrugginimento della sua esistenza. È quindi nell’osservazione della ripetizione che caratterizza il caso in cui “tutto continui come prima” che l’uomo deve vedere la fase iniziale del proprio progresso: come l’angelo che guarda al passato, egli deve imparare dal taglio prospettico tramite cui guarda innanzi a sé e sfruttarlo, senza cercare di resistere alla forza che gli permetterà di progredire. Senza un corretto e cosciente sguardo al passato, perciò, non si darebbe alcun futuro promettente.

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