In un periodo in cui si fa un gran discutere di linguaggio di genere, a Torino, in riferimento ai ruoli istituzionali o a professioni storiche declinate linguisticamente solo in “italiano”, sembra che la concezione di un’evoluzione solo di “parole” lasci lo spazio ai problemi più concreti di andare avanti come sempre, senza particolari contestazioni. È il caso della condizione femminile dell’avvocato – donna e madre – che in linea con molte altre professioni fa discutere per le statistiche di confronto redditi con gli uomini, oltre ai volumi d’affari, ancora anche in tempi recentissimi, come in riferimento al 2014. Assai significativa però la sentenza, ormai universalmente riconosciuta, della Corte di Appello di Firenze che ha accertato il diritto dell’avvocato donna ad essere esentata dall’esercizio della professione per tre mesi dopo il parto, anche chiedendo il rinvio delle udienze prefissate per l’arco temporale in oggetto.
Vista la tipologia specifica di professione, l’avvocatura soprattutto nel giudiziale prevede tempistiche strette e determinate, spesso dagli uffici del Tribunale, che mal si conciliano con esigenze familiari. Per approfondire il tema, abbiamo intervistato l’avv. Alice Merletti, del foro di Torino, che si trova in questo periodo proprio nella situazione di dover far coesistere impegni lavorativi e maternità.

Alice: madre e avvocato. In generale questa grande tematica come si affianca ad una professione rispettabile come quella forense?

«Ebbene, la condizione della donna – madre avvocato è influenzata dalla totale mancanza di disposizioni che, al di là dell’aspetto meramente previdenziale, tutelino la professionista nel periodo di maternità. Mi spiego meglio. La nostra professione “vive” di scadenze: scadenze processuali per presentare le difese dei propri assistiti, udienze, decadenze per la produzione di prove documentali e non. Là dove l’avvocato decida di prendersi un congedo per maternità, seppur limitato (anche solo un mese?) tali incombenti processuali non possono in alcun modo essere posticipati. Di qui, l’impossibilità – in concreto – per la professionista di poter effettivamente godere di un periodo di riposo, fatta salva l’eventualità di affidarsi al buon cuore della singola controparte e del singolo magistrato per ottenere la fissazione delle udienze non a ridosso della data del parto.»

Quindi l’organizzazione del lavoro per avere un periodo di maternità è impossibile?

«Tutto è lasciato all’intraprendenza delle future madri.

Se sono “in proprio” molto probabilmente tenteranno di farsi coadiuvare da altri colleghi nella organizzazione del lavoro. Tale scelta, la più diffusa, oltre che incidere a livello economico (le collaborazioni vanno retribuite!), può non essere la più apprezzata dagli assistiti che, in un rapporto delicato con il proprio difensore e per definizione intuito personae, vedono “intervenire” un altro soggetto terzo e sconosciuto. Quanto all’ipotesi della professionista inserita in una struttura associativa, a meno che la stessa non sia ai vertici dell’ufficio, le cose non paiono essere migliori. Invero, e senza voler generalizzare, la maternità, come in altri settori, non viene per lo più accolta come una lieta novella da parte di coloro che gestiscono uno studio, pertanto l’avvocato si espone al rischio di veder “inciso” il suo percorso di crescita all’interno della struttura per la sola circostanza di aver trascorso qualche mese (nella maggior parte delle ipotesi sono sempre meno di tre mesi) in congedo.»

Una madre è un avvocato peggiore?

«Sul punto, mi rimarrà sempre in mente quanto affermato da una collega più anziana di me e che da sempre si professava femminista, la quale commentando i due mesi e mezzo di maternità di una sua decennale fedele collaboratrice affermava che la stessa non sarebbe più stata affidabile come un tempo, avendo oramai come priorità il figlio. Certamente ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ma la cosa che mi fece sorridere fu che tale pensiero – a mio parere una idiozia – non venne mai elaborato nei confronti degli altri suoi collaboratori tutti uomini e padri.»

Quali potrebbero essere gli strumenti per modificare la situazione?

«Al di là di interventi normativi – che mi auguro che prima o poi vengano effettuati – riscontro che alcuni consigli dell’Ordine degli Avvocati, purtroppo per ora molto pochi, stanno stipulando delle intese con i singoli Tribunali, sulla scorta dei principi enunciati proprio dalla sentenza della Corte d’Appello di Firenze prima richiamata, in virtù delle quali lo stato di gravidanza e maternità è riconosciuto quale causa di legittimo impedimento a comparire per le udienze civili e penali più importanti (quali ad esempio di comparizione personale delle parti, per quelle di ammissione dei mezzi istruttori, di istruzione probatoria e di discussione) e per ciò solo motivazione fondata per richiedere un rinvio di udienza all’organo giudicante.»

E dire che nel mito la Giustizia era donna.

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Giovanni Vagnone di Trofarello e di Celle Direttore Resp.

Giovanni Vagnone di Trofarello e di Celle Direttore Resp.

Direttore Responsabile di Retrò Online - Magazine, giornalista iscritto all'Albo dei Pubblicisti del Piemonte dal 2006, laurea magistrale in Scienze Giuridiche a Torino e master di primo livello in Amministrazione Pubblica alla Bocconi di Milano, collabora con diverse testate locali e nazionali e lavora come libero professionista nel campo delle pubbliche relazioni, della comunicazione strategica e del copywriting.