Una ricerca condotta da Dimitra Atri sul super-batterio terrestre Desulforudis audaxviator apre nuovi orizzonti sulla possibilità di trovare forme di vita extraterrestri

Un batterio “di bocca buona”

Siamo tutti cresciuti nella convinzione e consapevolezza che ci siano degli elementi senza i quali non si può vivere, sostanze la cui presenza rappresenta lo spartiacque tra la vita e la morte. E’ impensabile immaginare forme di vita che possano fare a meno, per esempio, di ossigeno, luce e composti organici. Desulforudis audaxviator, tuttavia, ha dimostrato che si può fare a meno di tutto ciò. Si tratta di un batterio, osservato per la prima volta in una miniera d’oro in Sudafrica, che vive sottoterra a 2.8 chilometri di profondità nutrendosi dell’energia prodotta dal decadimento dell’uranio. Il decadimento di questo metallo radioattivo infatti scompone le molecole di acqua e zolfo presenti nella roccia creando solfato e perossido di idrogeno. Queste due sostanze, molto instabili da un punto di vista energetico, diventano il “cibo” di questo batterio permettendogli di sopravvivere e riprodursi.

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I suoi metodi decisamente poco ortodossi per vivere gli hanno fatto guadagnare di diritto il nome latino di “viaggiatore coraggioso”, frutto della citazione della famosa iscrizione trovata dal Professor Lidenbrock nella novella di Jules Verne “Viaggio al Centro della Terra”. L’ambiente isolato nel quale questi batteri vivono (l’analisi delle acque presenti nelle grotte infatti ha mostrato come non siano state “contaminate” da quelle superficiali), nel suo essere così estremo, rappresenta una specie di finestra temporale sulla vita alle origini del pianeta. Sebbene già questo rappresenti un motivo più che sufficiente per tenere d’occhio Desulforudis audaxviator, la ricerca condotta da Dimitra Atri, astrobiologa e fisica computazionale del Blue Marble Space Institute of Science di Seattle, ha aperto nuove, straordinarie prospettive che potrebbero rendere questo microscopico batterio cruciale nel risolvere uno dei misteri più grandi: la vita nello spazio.

Nuovi orizzonti nella ricerca di ET?

Uno dei punti chiave nella ricerca di forme di vita extraterrestri è sempre stata quella di cercare pianeti e corpi celesti con caratteristiche quanto più possibile vicine a quelle terrestri. E’ del 2009 il lancio da parte della NASA del telescopio spaziale Kepler, il cui scopo è quello di osservare porzioni della Via Lattea alla ricerca di pianeti simili al nostro nella cosiddetta zona abitabile. Ad Agosto 2016, delle migliaia di pianeti osservati, circa una ventina presentavano caratteristiche simili alla Terra e pertanto potenzialmente in grado di ospitare la vita. Di questi quello sicuramente più simile è Kepler-452b, un esopianeta che orbita attorno alla stella di classe G Kepler-452 nella costellazione del cigno, a 1400 anni luce dal Sistema Solare.

Photo credit universo: NASA Goddard Photo and Video via Foter.com / CC BY

Questa metodologia ha però di fatto eliminato dalla rosa dei pianeti potenzialmente  abitabili tutti quelli che non presentassero acqua, sostanze organiche e atmosfera  sufficiente a schermare la superficie dalle radiazioni cosmiche. Le condizioni di vita  di Desulforudis audaxviator sono però talmente estreme da allargare  drasticamente la rosa dei pianeti abitabili. La radioattività di cui si nutre il  batterio terrestre su altri pianeti potrebbe derivare infatti non dalle rocce,  ma dai raggi cosmici, particelle altamente energetiche liberate dagli eventi più intensi  e catastrofici dell’Universo come le supernove. Le simulazioni condotte dalla ricercatrice,  servendosi dei dati esistenti sui raggi cosmici che colpiscono alcuni corpi celesti (Marte,  Luna, il satellite di Giove Europa, quello di Saturno Encelado e alcuni pianeti extrasolari  di recente individuazione) hanno evidenziato infatti come i raggi cosmici lì presenti  produrrebbero energia sufficiente a mantenere in vita un microscopico organismo.  L’eccezione, ironia della sorte, sarebbe proprio la Terra. L’atmosfera ed il campo  magnetico del nostro pianeta infatti schermerebbero i raggi impedendo loro di giungere sulla superficie. Per contro Marte, privo di campo magnetico e con una atmosfera tenue, ma ricco di rocce e potenziali riserve d’acqua, sarebbe un habitat privilegiato per questo batterio. «È buffo – sostiene Dimitra Atri – perché quando andiamo a caccia di pianeti abitabili, li cerchiamo con un’atmosfera molto spessa. Con queste forme di vita stiamo invece cercando le condizioni opposte». La pioggia di raggi cosmici, per essere salutare a Desulforudis audaxviator o a suoi eventuali “cugini” extraterrestri, dovrebbe essere costante, ma non troppo intensa in modo da evitare di danneggiare in modo irrimediabile i suoi beneficiari. Il lavoro della ricercatrice, in ultima analisi, aumenta in maniera significativa le possibilità di scoprire in futuro pianeti “vivi”.

Trovare pianeti abitati da microrganismi indubbiamente non avrebbe lo stesso fascino di entrare in contatto con civiltà aliene ultra avanzate degne dei più grandi kolossal, ma sarebbe comunque una scoperta epocale. In fondo anche un piccolo batterio extra terrestre può aiutarci a farci sentire meno soli nell’Universo…

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Marco Borghetto

Marco Borghetto

Classe 1991, sono laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Torino nell'indirizzo Aeromeccanica e Sistemi.