Andy Murray conquista il titolo delle ATP Finals 2016 di Londra vincendo 6-3; 6-4 contro un Djokovic sottotono e brillante solo nella fase finale della partita

All’appuntamento della stagione che più di ogni altro premia la tenacia e la resistenza sportiva, le ATP Finals di Londra, hanno risposto presente i due grandi protagonisti della stagione, Andy Murray e Novak Djokovic. Una stagione controversa, fatta di capovolgimenti poco prevedibili fino a un anno fa. Nonostante le battute d’arresto degli ultimi mesi, Djokovic non è mancato a una finale importantissima. Oltretutto dopo aver condotto un torneo di alto livello, con cui sembrava aver scacciato tutte le proprie incertezze. Si è ritrovato di fronte un Murray che con umiltà e risultati a ottobre ha conquistato, per la prima volta in carriera, il n.1 del Ranking. N.1 che questa sera era una gradevole ciliegina allegata al trofeo: Djokovic, in caso di vittoria, poteva riacciuffarlo proprio ai danni dell’avversario.

Primo set

La tensione è percepibile fin dalle prime, attente battute. L’equilibrio comincia a scricchiolare nel 5° game. Djokovic fatica più del solito a tenere il servizio, concedendo 2 palle break, prontamente annullate anche grazie a due brutte stecche di Murray, che comunque non attenderà troppo per riscattarsi. Lo scozzese sembra essere più sicuro nel proprio turno di battuta. Si affida a una prima potente e meno trattenuta rispetto a quella del serbo, e conquista i game più agevolmente. Sul 4-3, Djokovic rallenta ancora la propria battuta e concede un’altra palla break all’avversario, che stavolta legge bene il momento decisivo e conquista il break con un bel contropiede. 5-3, e l’O2 Arena comincia a sognare. Murray, che si temeva potesse accusare maggiormente le fatiche della semifinale, appare invece più tonico e sicuro rispetto a un Djokovic che non riesce a canalizzare il proprio nervosismo, e inizia a sbagliare in pochi game quello che solitamente sbaglia in un intero torneo. Il 6-3, col 1° set per Murray, arriva quasi come una formalità.

Secondo set

Il secondo set si apre sulla stessa falsariga. Djokovic ha la palla del 1° game. Commette 3 errori di fila, 2 di rovescio e 1 di dritto, e regala il break all’avversario, ritrovandosi intrappolato in un gioco sempre più incerto ed esitante. Il pubblico diventa una bolgia sempre più scatenata di rumori e di flash dei telefonini. Non capita tutti i giorni di poter immortalare Murray che sta conquistando il primo titolo Masters della sua carriera. La partita sembra scivolare in una direzione ben precisa fino a quando, all’improvviso, scende in campo Djokovic. Il vero Djokovic. Dopo un break conquistato quasi per caso, che fissa sul 4-2 per Murray e che sembra solo ritardare un esito scontato, riappare la macchina da guerra capace di improvvisi colpi lunghi e dannatamente precisi. Capace di scambiare per 50 volte con la stessa determinazione, come se a ogni palla mandata di là dicesse: “questo è il mio game, e tu puoi solo difenderti”. Il game successivo è un inappellabile 40-0 per il serbo. Murray si ritrova da un comodo vantaggio a una situazione di fiato sul collo. Tra l’altro quello dell’imbattibile rivale di tutta una carriera. Dopo aver ceduto anche nel primo, lunghissimo, scambio del proprio turno di battuta, raccoglie le ultime energie. Si ricorda di essere a un passo dal trofeo. Gli rimane un break di vantaggio. Tiene il turno, con il consueto ottimo servizio, non si disanima, e traghetta la partita verso un ultimo game lottato, in cui Djokovic è capace di rimontare il punteggio e annullare 2 Championship Points con grande classe. È al 3° tentativo che Murray, dopo aver visto la risposta del serbo a rete, può finalmente alzare le braccia al cielo, e assaporare quello che probabilmente è il momento più bello della sua carriera.

Il paradiso di Murray

Dopo aver vissuto una seconda parte di stagione da favola, Murray può scacciarsi di dosso il fastidioso soprannome di eterno n.2, e consolidare il proprio primato nel Ranking. Quella di stasera è la seconda affermazione della stagione sull’eterno rivale e amico Djokovic. La prima, sulla terra rossa di Roma, pareva una parentesi di recupero fisico per il serbo, che reduce dai successi di Melbourne e Madrid, avrebbe vinto anche al successivo Roland Garros. Quella di oggi arriva in un periodo completamente diverso, sia per la classifica sia per lo stato di forma, fisico e psicologico, dei contendenti. Djokovic, nonostante il calo degli ultimi mesi, aveva oggi i mezzi per vincere. Non l’ha fatto semplicemente perché Murray è stato più forte. Semplicemente perché Murray è il nuovo indiscutibile n.1.

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Matteo Gervasi

Matteo Gervasi

Laureando in giurisprudenza all'Università di Torino.
Mi occupo di sport, internazionalità e cultura.
Credo molto nel dialogo e nel confronto, essenziali per raggiungere trasparenza e obiettività, nella vita quotidiana così come nel mondo dell'informazione.