A Rio de Janeiro torna la palla ovale nella variante del rugby a 7. Tutte le particolarità di questo sport, dalle origini alle Olimpiadi di agosto.

Il rugby a 7 avrà un proprio torneo, sia maschile sia femminile, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. La votazione del CIO sull’introduzione di questo sport nell’ottobre 2009 è stata quasi unanime (81 voti a favore contro 8 contrari), e tra pochi mesi si potranno testare le risposte del pubblico. È la prima volta nella storia, anche se un filo rosso collega questo evento con l’ultimo torneo olimpico di rugby a 15, giocato alle Olimpiadi di Parigi del 1924 [per approfondire, vedi qui].

 

Rugby a 15 e Rugby a 7, parenti stretti ma non troppo

Il rugby a 7 ha gli stessi fondamenti del rugby a 15: stessa palla ovale, campo con le stesse dimensioni e stesse regole di gioco, tranne che per alcune eccezioni: il calcio di ripresa è effettuato da chi segna, e non da chi subisce; la trasformazione dopo la meta è effettuata in drop, non in calcio piazzato. Ma guai a sostenere che si tratti dello stesso sport. Le due differenze fondamentali – il numero di giocatori per squadra, 7, e i minuti per tempo, che sono sempre 7, tranne per le finali, dove aumentano a 10 – rendono il rugby a 7 uno sport incentrato sulla rapidità. Le individualità trovano maggiore appagamento rispetto al rugby a 15, dove invece risalta di più il lavoro di squadra. Le difese sono molto più penetrabili, e le mete piovono a suon di incursioni e giocate spettacolari. La minor durata delle partite fa sì che i tempi di recupero siano più veloci, e ciò permette alla stessa squadra di effettuare anche più partite in un solo giorno. Diverso è il discorso per il “fratello maggiore” a 15, in cui sono consigliati almeno 7 giorni di recupero tra un match e l’altro (regola che renderebbe difficile l’organizzazione di un torneo con tante squadre entro gli angusti limiti delle 3 settimane delle Olimpiadi).

 

La storia

Il rugby a 7 vanta una tradizione secolare. Per risalire alle sue origini bisogna volare a Melrose, piccolo paesino di campagna a sud di Edimburgo, in Scozia. Qui, nel 1883, un macellaio locale, che ogni tanto si divertiva a giocare a rugby, per raccogliere fondi per la squadra decise di organizzare un torneo. Con lo scopo di attrarre più squadre e aumentare la competitività, pensò di ridurre a 7 il numero di giocatori. Il torneo fu un grande successo, e in pochi mesi il rugby a 7 si allargò a macchia d’olio negli altri paesi della regione, per poi affermarsi a livello internazionale dopo qualche decennio. Questo macellaio si chiamava Ned Haig, e 125 anni dopo, grazie a quest’iniziativa, il suo nome e quello della squadra di Melrose sarebbero stati scritti nella International Rugby Board Hall of Fame.

Oggi i tornei principali sono la Coppa del Mondo (con cadenza quadriennale), le World Rugby Sevens Series – serie di singoli tornei per le nazionali più forti, ospitati da varie nazioni del mondo e collegati tra loro da una classifica unitaria – e le Sevens Grand Prix Series – analogo ma rivolto solo alle nazionali europee -. I club disputano tornei con strutture simili. Tra i più prestigiosi una menzione speciale va al Melrose Sevens, che da quel lontano 1883 continua a essere organizzato annualmente. L’ultima edizione, la 126^, si è disputata il 9 aprile e ha visto la vittoria dell’Edinburgh.

 

Il torneo olimpico

I tornei delle Olimpiadi sono candidati ad assumere un ruolo di primo piano nel panorama internazionale del rugby a 7. A Rio de Janeiro ci saranno le nazionali più forti. Oltre a quelle che vantano una consolidata tradizione nel rugby tout court (ad esempio Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Francia), parteciperanno anche le nazionali “specializzate” nel rugby a 7. Parliamo delle Isole Figi, piccolo paradiso tropicale che primeggia in questa disciplina: proprio ieri a Londra i figiani si sono aggiudicati il titolo stagionale del World Rugby Sevens Series, il terzo della loro storia. Parliamo anche del Kenya (che quest’anno sempre nel World Rugby Series ha ottenuto a Singapore la sua prima storica vittoria), degli Stati Uniti, del Canada, e via dicendo. Come curiosità, va segnalato che le nazionali di Galles, Inghilterra e Scozia per regola olimpica parteciperanno unite sotto la bandiera della Gran Bretagna. Sia il torneo maschile che quello femminile avranno 12 squadre ciascuno, da tutti e 5 i continenti.

E l’Italia?

Purtroppo a Rio de Janeiro non vedremo i colori azzurri. Le squadre italiane, maschile e femminile, si son viste negare il pass l’anno scorso a luglio. Il rugby a 7 nella nostra penisola soffre ancora, più che di scarso interesse, di una scarsissima conoscenza. Soppiantato dal rugby a 15, che a sua volta fatica ad affermarsi contro lo strapotere di altri sport (primo fra tutti il calcio), i Sevens italiani hanno ottenuto successi sporadici, per lo più in Europa (miglior piazzamento un secondo posto sia maschile sia femminile nel Grand Prix del 2004). Le prospettive di crescita per i prossimi anni sono basse, ma se il torneo olimpico offrirà spettacolo e raccoglierà consenso come tutti si aspettano, si spera che anche il rugby a 7 italiano potrà beneficiare dell'”effetto olimpiade”, vera e propria manna per gli sport meno conosciuti, ma non per questo meno belli.

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Matteo Gervasi

Matteo Gervasi

Laureando in giurisprudenza all'Università di Torino.
Mi occupo di sport, internazionalità e cultura.
Credo molto nel dialogo e nel confronto, essenziali per raggiungere trasparenza e obiettività, nella vita quotidiana così come nel mondo dell'informazione.